Dipendenza dal gioco - Patrizia Marzola Psicologa Clinica Fidenza
 

Quando il gioco non è più un gioco

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Cosa significa gioco patologico –GAP-?

Il Gioco  Patologico (GAP) è una malattia che è stata classificata dall'Associazione Psichiatrica Americana all'interno dei "Disturbi del controllo degli impulsi" e che ha grande affinità con il gruppo dei Disturbi Ossessivo-Compulsivi e soprattutto con i comportamenti d'abuso e le dipendenze. I giocatori compulsivi (o patologici) sono quegli individui che si trovano cronicamente e progressivamente incapaci di resistere all'impulso di giocare.

La caratteristica fondamentale del Gioco Patologico è un comportamento persistente, ricorrente e mal adattivo di gioco d’azzardo che compromette le attività personali, familiari o lavorative.

Il gioco, la rincorsa dei soldi diventa un pensiero continuo e costante, porta ad escogitare continuamente i modi per racimolare soldi per giocare, soldi che non bastano mai, così si finisce con il mentire alle persone più care: il partner, i genitori, gli amici, si rovinano le relazioni lavorative, ci si imbatte in brutte situazioni con creditori sempre più esigenti. Insomma un circolo vizioso che si autoalimenta.

Cosa piace che mantiene attiva questa dipendenza?

L'emozione, l'adrenalina che ti scatta quando si vince. È qualcosa che fa continuare a sperare di vincere soldi, e che con quei soldi si può recuperare ciò che si è perso, e così, diventa una catena che non si riesce a  spezzare.

Si gioca perché si è alla continua ricerca di avventura, uno stato continuo di eccitazione e di euforia; si continua a giocare perché a volte una sola piccola vincita alimenta quel fuoco che tiene accesa la speranza di “soldi facili”, così si continua a giocare, e quando si perde, si continua a giocare con la speranza di riuscire a vincere i soldi persi. È questo il circolo vizioso: Si gioca, si perde, si gioca ancora per il desiderio/speranza/convinzione di vincere.

Fino a che punto i giocatori d’azzardo patologico compromettono la loro vita?

Il loro comportamento compromette e distrugge le loro relazioni personali, matrimoniali, familiari e lavorative, possono arrivare a perdere tutto: ogni relazione affettiva importante, il patrimonio loro e quello dei famigliari.

Solo la paura di perdere tutto può essere un incentivo per farsi aiutare, ma è difficile. Ciò che succede in questa dipendenza è un fenomeno che porta ad inseguire le perdite.
Spesso infatti dopo una prima fase caratterizzata da vincite esaltanti, la tendenza dell'individuo predisposto all'abuso è di "rincorrere" altre vincite, aumentando la frequenza di gioco e le puntate. 

È cronica? Si può uscirne?

È una malattia che da  una dipendenza complessiva, che non passa. Come per gli alcolisti. Il percorso di cura è simile al loro. Si, si può uscirne e gli ingredienti sono: volontà, motivazione e sostegno da parte della famiglia. E tanto, tanto IMPEGNO.
 

Qual è il percorso terapeutico?

La terapia è una serie di interventi, si lavora sull’individuo per fargli ritrovare il suo senso di sé, quindi la sua sicurezza, la sua autostima, che in questi soggetti è scarsa, molto bassa.
Spesso questo stato è accompagnato da depressione, quindi bisogna agire anche in questo senso. E’ necessario riattivare forme di comportamento adattivi, cioè nuove abitudini che possano sostituire il gioco.

È una terapia complessa che chiama in gioco psicologo, psichiatra e incontri di gruppo.

Ma soprattutto è la motivazione personale a RIUSCIRE.

Ci sono incontri di gruppo? Come l’ anomia alcolisti?
Si esatto, si chiamano associazione anonimi giocatori. Anche in questo caso il sostegno di gruppo è fondamentale il punto di partenza è riconoscere di avere un problema, perché è la negazione del problema stesso a costituire il grave problema. Diciamo che quando la persona malata riconosce di essere malato e di avere bisogno di aiuto allora è il primo passo che porta a stare bene.
 

Spesso queste persone nascondono il loro problema a famigliare ed amici, la paura del loro giudizio è grande, quindi si vede in loro anche una vera propria trasformazione comportamentale, persone gioviali ed allegre si ritrovano ad essere chiuse in se stesse, apatiche, quasi antisociali, ogni attività che prima trovano piacevole ora non li smuove più.
 

Il messaggio che voglio dare io è quello che si può uscire da questo problema, la volontà, motivazione sono la benzina giusta che aiuta a fare il primo importante passo: riconoscere di avere un problema, confidarsi con le persone che sono più vicine, vincere la vergogna, e chiedere aiuto, da qui può iniziare una nuova vita.


 

Io vorrei creare gruppi di sostegno anonimi, creare una rete proattiva che stimoli e mantenga viva la volgia di smettere, proviamo a costituire anche un gruppo a Parma, potete scrivere a consulenza@psicologiaecomunicazione.it
e proporre le vostre idee. Io sono a vostra disposizione
 

Dott.ssa Patrizia Marzola
Psicologa Fidenza e Parma

 

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